09.07
2011
CASA FELICITA - NOVE ARTISTI
CAVATORE (AL)
EVENTO CONCLUSO
EVENTO CONCLUSO
EVENTO CONCLUSO
10-12 16-19 lunedì chiuso
Fino al 4 settembre 2011
"Casa Felicita - nove artisti"
mario calandri
francesco casorati
armando donna
fernando eandi
enrico paulucci
piero ruggeri
sergio saroni
giacomo soffiantino
francesco tabusso.
Catalogo a cura di Adriano Benzi e Gianfranco Schialvino, testo di Bruno Quaranta.
EVENTO CONCLUSO
EVENTO CONCLUSO
EVENTO CONCLUSO
10-12 16-19 lunedì chiuso
Fino al 4 settembre 2011
"Casa Felicita - nove artisti"
mario calandri
francesco casorati
armando donna
fernando eandi
enrico paulucci
piero ruggeri
sergio saroni
giacomo soffiantino
francesco tabusso.
Catalogo a cura di Adriano Benzi e Gianfranco Schialvino, testo di Bruno Quaranta.
31.03
2012
Dalle incisioni rupestri a Steve Jobs
FINO AL 2 SETTEMBRE 2012
Dalle incisioni rupestri a Steve Jobs. Gli strumenti della comunicazione.
Dal 31 Marzo al 28 ottobre 2012 al Castello di Racconigi
Sabato 31 marzo, apre al pubblico nelle sale del Castello di Racconigi la mostra “Dalle incisioni rupestri a Steve Jobs – gli strumenti della comunicazione”.
La mostra è stata inaugurata dal direttore regionale per i beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Mario Turetta, insieme allla principessa Electra Marconi Giovanelli, figlia di Guglielmo Marconi, l’inventore italiano che proprio nel parco di Racconigi, nell’estate del 1902, fece importanti esperimenti di comunicazione di telegrafia senza fili via onde radio.
L’esposizione ripercorre il lungo e faticoso cammino compiuto dall’umanità dalle prime incisioni rupestri fino alla moderna comunicazione di massa. Tramite l’esposizione di attrezzature e congegni d’epoca vengono passate in rassegna le fondamentali scoperte che nel corso dei secoli hanno consentito di raggiungere gli attuali livelli di utilizzo della comunicazione globale.
Realizzata dalla Travelware, azienda racconigese leader nel settore dei servizi turistici piemontesi, in collaborazione con la Direzione Regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli, la Provincia di Cuneo e con il patrocinio del Miur e del Comune di Racconigi, la mostra si rivolge sia ai ragazzi delle scuole per approfondimento didattico, sia al pubblico adulto, seguendo un unico filo conduttore, che parte dalla scrittura passando per il suono, sino ad arrivare all’immagine. La storia più affascinante dell’umanità. Grazie ad un’imponente parata di manufatti d’epoca e a numerose tappe didattiche, verranno passate in rassegna le fondamentali scoperte nel mondo della comunicazione.
Storicamente, sono numerosi i riferimenti che portano le più grandi scoperte della storia del Novecento a Racconigi, piccola capitale d’Italia, quando il re, la regina e la corte si trasferivano nel castello reale per le villeggiature estive. Allora erano numerosi gli ospiti importanti, non solo nobili e politici, ma anche scienziati, inventori, registi e illuminati, ad allietare e movimentare le vacanze della famiglia reale, nel secolo delle più grandi invenzioni. Chissà se proprio lungo le sponde del grande lago del parco Guglielmo Marconi, ospite al castello nell’estate del 1902, immaginava che la sua fresca invenzione sarebbe diventata il più formidabile strumento di propagazione di note mai concepito da mente umana? Ma ancora prima, nel 1840, Charles Babbage, oggi considerato il primo informatico della storia, presentò ad un congresso a Torino la prima macchina matematica, considerata l’antesignana del computer. Il Re Carlo Alberto, rimasto affascinato dalla sua invenzione, lo invitò al Castello di Racconigi, per vedere da vicino lo strabiliante congegno.
L’iniziativa ha il patrocinio del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte. E’ in programma il concorso “Comunicazione: risorsa infinita?” rivolto a tutte le scolaresche piemontesi che visiteranno la mostra, in cui la commissione giudicatrice sarà formata dal Miur stesso. In palio per i vincitori ci saranno cinque personal computer. In particolare, sarà rivolto alle scuole un programma di servizi di attività didattica e visita/laboratorio tenuto da personale qualificato. Inoltre, la società Travelware curerà in collaborazione con l’Associazione “Paese che Vai”, l’edizione straordinaria della rivista in occasione della Mostra, avvalendosi delle immagini dei pezzi esposti.
La mostra sarà allestita presso il Castello di Racconigi secondo il seguente calendario:
Aperture
Dal 31 Marzo al 30 Giugno 2012 tutti i giorni escluso il lunedì, con orario continuato dalle ore 9 alle ore 17.30
Dal 1 Luglio al 31 Agosto 2012 solo Sabato e Domenica, con orario continuato dalle ore 9 alle ore 17.30
Dal 1 Settembre al 28 Ottobre 2012 tutti i giorni escluso Lunedì con orario continuato dalle ore 9 alle ore 17.30
Biglietteria
La Mostra avrà un biglietto separato rispetto a quello normalmente in vendita per la visita del Castello di Racconigi o di ingresso al Parco Reale. Il biglietto sarà acquistabile presso la biglietteria del Castello di Racconigi.
Ingressi
Adulti: Euro 4.00; inferiori di anni 16: Euro 2.00; Gruppi adulti: Euro 3.00; Gruppi scolastici: Euro 2.00
Per informazioni e prenotazioni di gruppo: 0172-820880
e-mail:info@travelware.it
I giornalisti possono far riferimento all’e-mail: marketing@travelware.it
Dalle incisioni rupestri a Steve Jobs. Gli strumenti della comunicazione.
Dal 31 Marzo al 28 ottobre 2012 al Castello di Racconigi
Sabato 31 marzo, apre al pubblico nelle sale del Castello di Racconigi la mostra “Dalle incisioni rupestri a Steve Jobs – gli strumenti della comunicazione”.
La mostra è stata inaugurata dal direttore regionale per i beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Mario Turetta, insieme allla principessa Electra Marconi Giovanelli, figlia di Guglielmo Marconi, l’inventore italiano che proprio nel parco di Racconigi, nell’estate del 1902, fece importanti esperimenti di comunicazione di telegrafia senza fili via onde radio.
L’esposizione ripercorre il lungo e faticoso cammino compiuto dall’umanità dalle prime incisioni rupestri fino alla moderna comunicazione di massa. Tramite l’esposizione di attrezzature e congegni d’epoca vengono passate in rassegna le fondamentali scoperte che nel corso dei secoli hanno consentito di raggiungere gli attuali livelli di utilizzo della comunicazione globale.
Realizzata dalla Travelware, azienda racconigese leader nel settore dei servizi turistici piemontesi, in collaborazione con la Direzione Regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli, la Provincia di Cuneo e con il patrocinio del Miur e del Comune di Racconigi, la mostra si rivolge sia ai ragazzi delle scuole per approfondimento didattico, sia al pubblico adulto, seguendo un unico filo conduttore, che parte dalla scrittura passando per il suono, sino ad arrivare all’immagine. La storia più affascinante dell’umanità. Grazie ad un’imponente parata di manufatti d’epoca e a numerose tappe didattiche, verranno passate in rassegna le fondamentali scoperte nel mondo della comunicazione.
Storicamente, sono numerosi i riferimenti che portano le più grandi scoperte della storia del Novecento a Racconigi, piccola capitale d’Italia, quando il re, la regina e la corte si trasferivano nel castello reale per le villeggiature estive. Allora erano numerosi gli ospiti importanti, non solo nobili e politici, ma anche scienziati, inventori, registi e illuminati, ad allietare e movimentare le vacanze della famiglia reale, nel secolo delle più grandi invenzioni. Chissà se proprio lungo le sponde del grande lago del parco Guglielmo Marconi, ospite al castello nell’estate del 1902, immaginava che la sua fresca invenzione sarebbe diventata il più formidabile strumento di propagazione di note mai concepito da mente umana? Ma ancora prima, nel 1840, Charles Babbage, oggi considerato il primo informatico della storia, presentò ad un congresso a Torino la prima macchina matematica, considerata l’antesignana del computer. Il Re Carlo Alberto, rimasto affascinato dalla sua invenzione, lo invitò al Castello di Racconigi, per vedere da vicino lo strabiliante congegno.
L’iniziativa ha il patrocinio del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte. E’ in programma il concorso “Comunicazione: risorsa infinita?” rivolto a tutte le scolaresche piemontesi che visiteranno la mostra, in cui la commissione giudicatrice sarà formata dal Miur stesso. In palio per i vincitori ci saranno cinque personal computer. In particolare, sarà rivolto alle scuole un programma di servizi di attività didattica e visita/laboratorio tenuto da personale qualificato. Inoltre, la società Travelware curerà in collaborazione con l’Associazione “Paese che Vai”, l’edizione straordinaria della rivista in occasione della Mostra, avvalendosi delle immagini dei pezzi esposti.
La mostra sarà allestita presso il Castello di Racconigi secondo il seguente calendario:
Aperture
Dal 31 Marzo al 30 Giugno 2012 tutti i giorni escluso il lunedì, con orario continuato dalle ore 9 alle ore 17.30
Dal 1 Luglio al 31 Agosto 2012 solo Sabato e Domenica, con orario continuato dalle ore 9 alle ore 17.30
Dal 1 Settembre al 28 Ottobre 2012 tutti i giorni escluso Lunedì con orario continuato dalle ore 9 alle ore 17.30
Biglietteria
La Mostra avrà un biglietto separato rispetto a quello normalmente in vendita per la visita del Castello di Racconigi o di ingresso al Parco Reale. Il biglietto sarà acquistabile presso la biglietteria del Castello di Racconigi.
Ingressi
Adulti: Euro 4.00; inferiori di anni 16: Euro 2.00; Gruppi adulti: Euro 3.00; Gruppi scolastici: Euro 2.00
Per informazioni e prenotazioni di gruppo: 0172-820880
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2009
RICORDO DI FRANCESCO TABUSSO
da "ARCHIVIO" marzo 2012
di Gianfranco Schialvino.
In ricordo di Francesco Tabusso
Se ne è andato in una giornata di neve. La prima di un inverno avaro, quasi l'avesse aspettata per scomparire in uno sfarfallio di segni bianchi. La fiòca, la sua amata fiòca, arrivata a nascondere la realtà triste delle cose; così come aveva sempre fatto lui trasformandola con i colori in un'invenzione gonfia di rêveries, in una miniera di visioni, in un giardino incantato affollato d'abbracci, ora innocenti e ora impuri. La pittura per Francesco Tabusso: una lunga fedeltà. Tutta una vita nella pittura, con la pittura, per la pittura. È stato un operaio dell'arte, obbediente a una disciplina severa ma imprevedibile come una palla, magica come un coboldo, irrefrenabile come una trottola, indefinita come l'amore. È stato l'avventura del colore, Tabusso. Che nel colore si è immerso e sontuosamente ha nuotato. Debitore, a una natura peraltro con lui avara e crudele, di aver saputo vedere e guardare. E captare l'invisibile, l'imperscrutabile, il mistero. Dipingendo il mondo come un villaggio dove tutto resta sospeso e tutto lentamente si precipita ad accadere, nella cadenza di un'onda, la danza d'un batuffolo di neve, il brivido di un giro di giostra, il sogno d'un volo d'angeli. Come un pittore fiammingo perdendosi nei meandri di casupole e stradine popolate di gnomi intabarrati e fanciulle maliziosamente caste, Rubens e Pitocchetto, Goya e Baschenis a fargli da guida, tra aiuole di amanite vermiglie e tarocchi sgraziati, sentieri ghiacciati e torrenti impetuosi, a cercare la pace del desco, un'amaca fra i seni, il lètto di un lessico famigliare, una scodella turchina rubata, chissà, nell'atelier del suo maestro Felice Casorati.
Cuore nordico, Tabusso. Viandante gaudente in terre illuminate da due lune, irriverente e cocciuto, monello e ostinato, cuore generoso, ramo fecondo, gemma di mito. Dipingeva rapido, con accanimento e convinzione, ridacchiando sottobarba. Mescolava le paste prima sulla tavolozza e poi sulla tela, lisciando le pennellate a larghi gesti, picchiettando in punta di pennello poi, quando perfezionava i profili e gli accostamenti. Era bello da vedere. Lo sguardo assorto, assente, corrucciato. Le labbra spinte in fuori come per un bacio. Costruiva una griglia dove allineava i prati, le colline, le montagne, e appoggiava figure, alberi, case. Poi si tirava indietro spingendosi sulla sedia e guardando di traverso, quasi di sottecchi, i confini chiusi di un mondo che via via componeva trasportando sulla scena insieme alle tinte i ricordi. Girava e rigirava il pennello nel colore diluito con un intruglio di oli e vernici e abbozzava i soggetti: un viso, la frutta, i fiori, i cibi, gli oggetti, gli elementi del paesaggio. Le ore scivolavano assidue e rapide mentre le immagini si accavallavano e si spingevano per trovare la giusta posizione, inseguendosi nelle frequenti coperture che infittiscono gli spessori, creando uno strato sempre più denso modellato con abilità schiacciando le ombre con carboni foschi, ravvivando i lucori, accendendo uno sguardo,
scompigliando una chioma, profilando una vetta, amalgamando l'erba, ravvivando un fiore.
Francesco Tabusso è nato a Sesto San Giovanni il 27 giugno 1930. Dopo aver conseguito la Maturità Classica frequenta lo studio di Felice Casorati. Tra i suoi compagni di scuola Edoardo Sanguineti e Andrea Bruno. Nel 1953 fonda insieme ad Aimone, Francesco Casorati, Chessa, Niotti, la rivista "Orsa Minore". Nel 1954 partecipa alla Biennale Internazionale di Venezia, dove presenta "Comizio", "Festa campestre" e "Albero caduto". Vi sarà invitato anche nel 1956 e nel 1958 e nel 1966 gli sarà dedicata una sala personale. Nel 1956 la mostra alla galleria "La Strozzina" di Firenze, con la presentazione di Felice Casorati. L'anno successivo il Premio "Fiorino", il Premio "Michetti" e la personale alla galleria Medusa di Roma, dove nel 1958 è invitato alla Quadriennale. Nel 1959 la prima mostra alla "Bussola", presentato da Luigi Carluccio.
Ormai trentenne Tabusso è pittore affermato, con inviti alle più prestigiose rassegne internazionali, tra cui Bruxelles, New York, Mosca, Alessandria d'Egitto. Del 1963 la personale alla Galleria milanese di Ettore Gian Ferrari", con cui inizia un fecondo rapporto di lavoro e di amicizia che durerà fino alla sua scomparsa. Da quest'anno insegna Discipline Pittoriche al Liceo Artistico dell'Accademia di Brera a Bergamo, ed in seguito, fino al 1984, al Liceo Artistico dell'Accademia Albertina di Torino.
Nel 1975 realizza la Grande Pala Absidale "Il Cantico delle Creature" per la Chiesa di San Francesco d'Assisi a Milano, progettata da Giò Ponti, opera completata successivamente con quattro trittici dedicati ai "Fioretti di San Francesco". Poi l'importante mostra "Hommage a Griinewald", a Colmar, Torino e Milano. Nel 1983 la Mostra Antologica a "Palazzo Robellini" di Acqui Terme, la prima di tante: nel 1991 ad Asti, in occasione della realizzazione del Palio; nel 1997 al "Palazzo Salmatoris", di Cherasco; nel 1998 alla Sala "Bolaffi" di Torino; nel 2000 al "Centre Sain Bènin" di Aosta; nel 2002 al "Complesso Monumentale di S. Michele a Ripa Grande, a Roma; nel 2009 alla Galleria d'arte moderna di Spoleto. Di grande successo l'imponente retrospettiva allestita alla Promotrice di Torino nel 2007, con oltre ventimila visitatori, e l'antologica a Palazzo Mathis di Bra, allestita per i suoi ottant'anni.
È morto a Torino il 29 gennaio 2012.
Gianfranco Schialvino
da “ LA STAMPA “ del 30 01 2012
di Bruno Quaranta
Addio a Francesco Tabusso
il pittore della meraviglia
Classe 1930, si è spento
a Torino uno degli artisti
più rappresentativi della città
Addio a Francesco Tabusso. Si è spento ieri sera, al Mauriziano, verso le dieci, il pittore fiabesco di Torino. D’attorno un paesaggio così suo, un fanciullesco girotondo di neve, intonato all’estrema mostra, chez Biasutti, in via della Rocca, nei giorni di Natale, «Màc fioca»: di quadro in quadro, a brillare, il suo microcosmo, ponti, marine, giostre, locomotive, mercatini.
Nato nel 1930, a Sesto San Giovanni, Francesco Tabusso è cresciuto a Torino, dove ha frequentato il liceo classico e la scuola di Felice Casorati, il maestro «platonico» di via Mazzini. Quindi seguendo una via così altra, immergendosi appassionatamente nella «sugosa» commedia quotidiana, come non sfuggirà a Luigi Carluccio. Di avventura in avventura, l’avventura somma del colore. Calamitando nel suo atelier ammiratori da ogni dove, in primis Giorgio Bassani, il Ferrarese allievo di Roberto Longhi, che gli dedicherà un saggio così breve e così intenso, identificandone la vena istintivamente «fiamminga».
Maestro, Francesco Tabusso, della «meraviglia», «sulle ali della realtà», come felicemente suona una non lontana promenade a Spoleto. La vita intesa alfierianamente come una seria filastrocca. Una carovana su cui volle accogliere, e mille volte reinventare, la pudica modella, la natura morta che è un omaggio chissà quanto indiretto chissà quanto voluto al secentesco Evaristo Baschenis, una coppia contadina, una festa paesana, le uova nel cappello (le uova contemplate nell’atelier casoratiano), l’alpeggio, il giardino di Rubiana, la sua Combray, il villaggio dove ritrovava estate dopo estate il tempo perduto, meditando i versi di Dino Campana, il poeta dei Canti Orfici che in Val Susa si rifugiò malato d’amore. Specchiandosi in versi che potrebbero essere l’epigrafe del commiato: «Me ne vado per le strade / Strette oscure e misteriose: / Vedo dietro le vetrate / Affacciarsi Gemme e Rose.../ La stradina è solitaria: / Non c’è un cane: qualche stella / Nella notte sopra i tetti. / E la notte mi par bella».
Perché Francesco Tabusso ha voluto riconoscere la propria orma smarrendosi, smemorandosi, obbedendo al richiamo di un mondo fuori del tempo, dove, a rintoccare, a signoreggiare, è una verità depurata di ogni illusione e di ogni disillusione, che corre, rapidissima, su di un filo senza rete. Gli sia lieve l’ultima tavolozza.
da “LA VOCE REPUBBLICANA” del 01 02 2012
di Riccardo Brondolo
È morto, dunque, Francesco Tabusso, pittore e nano. Due iridi celesti, slavate e stremate come certi cieli di marzo, e due grani neri di fuoco greco, che trafiggevano le carni, le verdure, la neve, uno dei suoi amori. E se ne è andato in una notte piena di neve, una povera neve sudicia, ormai, senza pennello e senza colore. Scherzi di natura, nascita e morte, di quelli con cui si trastullano le divinità minori, i lari e i folletti dei poeti e dei pittori, che dispensano grazia e disgrazie in un gioco efferato e meraviglioso, ma finalmente crudele.
Francesco non se ne dava per inteso: quel corpo, piccino, intanto lo aveva; la carne adolescente e piena, il verziere lussureggiante, i funghi del bosco: la neve di Rubiana o della Siberia, la ragazza torinese e la Katiuscia di un’isba, il mare notturno di Varigotti si offrivano al suo tatto, al gusto, ai sensi tutti con l’immediatezza della natura primitiva. Non ho mai conosciuto persona che più di lui potesse fare a meno di cultura, pensiero e società (che pure gli erano familiari): c’era lui, lì, e il mondo da gustare. Certo, la dovizia familiare era di grande ausilio: ma la mano, intanto, poteva creare prodigi (gliela aveva curata Felice Casorati). Nessuno più di lui sprezzava l’accademia filistea delle consorterie: invitato, con circospezione e diffidenza ad un concorso della Promotrice di Belle Arti torinese (l’aneddoto m’è dato per certo), gela tutti presentando in un bozzetto la copula tra un maiale e una scrofa. Sì, viene spontaneo pensare a una rivalsa, ad una vendetta, a scomodare il subconscio; ma no, con greve levità, anche in quel caso, Tabusso giocava. Tabusso ludens, ribaltava l’imbarazzo su chi lo provava, di fronte alla sua deformità.
Il verde di Tabusso: i suoi verdi, che ti stupiscono, catturano, stregano: cavolo o vischio, fichi e sottobosco, sono tanti e più, forse, dei 32 di Ligabue; e quel cielo blu di prussia, sopra una tesa nevata e un caldarrostaio; ma poi tutti gli altri colori, dei quali sa cogliere e sprigionare variazioni bizzarre, insospettabili o inaspettate, che s’apprendono ai nostri sensi, legate ad un’occasione, ad una rimembranza, ad una percezione particolare: quella che, con lo stupore che si prova di fronte al miracolo, scopriamo sepolta in noi dai cieli carta da zucchero dell’infanzia, dalla tenerezza carnale carica di rosa dei primi baci. Pittore delle stagioni, della vita e dell’anno, aveva cara una delle dimore familiari, quella in Val di Susa, nella più ugonotta (in senso lato), contrastata, esoterica delle valli torinesi: tra le sue nevi, i rustici piaceri della carne giovane, e quelli, in rusticissima osteria, a libidine dello stomaco affamato; ma anche, tra quelle cime di ghiaccio, quel gran stormire di bizzarrie visionarie e fantastiche che lo proiettavano in altro regno del gelo, dove più caldo è il piacere della carne. Il sesso e il gioco: ecco le Fiabe russe proibite, del 2001, un Afanas’ev ripercorso e rimasticato, in una giostra di immagini e interpolazioni letterarie, “nella vitalità, nel sogno, nella disperazione di un’esistenza che vuole essere libera a costo di perdersi…” (Nico Orengo): una delle sue cose che più ci piace ricordare. Oltre la golosità di giovani modelle, quella dei cibi (così condivisa dall’altro pittore amico, Calandri), gli consentiva e concedeva forse un’indagine per così dire “interna” dei colori, tanto da poterne riprodurre più vivo il linguaggio e l’incanto. Scrive Gianfranco Schialvino, che lo amò con affetto fraterno: “Alla parola dà sostegno con il lapis… che sia un foglio di giornale stropicciato… o la prova immacolata di una incisione… lui vi disegna su. Un viso e una casa, il velo di una suora e le gambe lunghe della modella, una barca e un fiore. Poi getta il foglio in cima al mucchio scomposto di pagine alto tutta una vita che si accumula tra la libreria e un’antica alcova di legno che trabocca degli oggetti più strani, dimenticandolo lì finchè, ad uno dei periodici crolli, non riemergerà a ritrovare la luce. E lui allora lo riprenderà tra le mani stupito, ed esclamerà: ‘Adesso ci metto un po’ di colore’“.
Adriano Benzi, amico suo e mio, gli portò qualche anno fa un mio articolo, uscito su questo foglio: Tabusso si entusiasmò, vedendo spiccare sulla testata il verde dell’edera; volle una foto con quel giornale in mano, professione commossa di una simpatia, di un lungo amore di gioventù; quasi, il ritrovarsi accanto una vecchia amica, che –vassapere perché- non s’era più fatta viva da tanto tempo...
da “ IL PICCOLO “(AL) dell’ 8 febbraio 2012
di Carlo pesce
Francesco Tabusso, l'idea del bello.
Sue opere erano state esposte presso Casa Felicita a Cavatore (AL) nel 2005 e 2011.
Ha sempre suscitato un certo stupore la pittura di Francesco Tabusso. Le sue immagini appartenevano a un mondo dominato dalla bellezza, la stessa bellezza che può risiedere indifferente in un corpo femminile o in un paesaggio collinare. Da un certo punto di vista, in Tabusso convivevano l'animo del pittore e quello dell'illustratore cantastorie. I suoi lavori appaiono immersi in quella medesima atmosfera che prende corpo quando si rimane a ascoltare una storia. Anche dalla sua bocca, quando parlava con quel suo atteggiamento allegro venato da u-na indissolubile crudezza, riprendendo le parole di Nico Orengo, uscivano immagini di campagna, di natura «che sa di neve e primavera, che acceca di bianchi e incendia di rossi e di gialli». Tabusso ha a-vuto una lunghissima carriera artistica. Era un ragazzo vivace al quale fu fatto frequentare lo studio di Felice Casorati. Si può ancora notare l'influenza del maestro torinese, soprattutto nel modo di trattare la figura femminile, spesso carica di una sensualità esotica, ostentata con una contenuta monumentalità. Nel 1954, a ventiquattro anni, espose dei suoi lavori alla Biennale di Venezia. La critica e il pubblico compresero immediatamente la peculiarità del lavoro di Tabusso, apprezzando le sue opere e consacrandolo tra i "grandi torinesi" del Novecento, come ci racconta una foto del 1977 che lo ritrae insieme a Calandri, Fico, Ruggeri, Soffiantino, Casorati, un gruppo con cui condivideva amicizia e discussioni. Non è un caso che le ultime sue personali, a Cavatore nel 2005 e a Torino nel 2007, abbiano vistola partecipazione di centinaia di persone, molte delle quali affascinate dalla trasognata ingenuità delle sue pitture. Ciò che Tabusso rappresentava un qualcosa che egli aveva somatizzato attraverso il filtro della sua esperienza. Tabusso ci ha sempre parlato del "mito". La sua arte è stata la concretizzazione figurativa di ciò che ha raccontato Cesare Pavese. La sua storia personale è cresciuta attorno al nucleo del soggiorno a Rubiana, in Valsusa, quando fu sfollato da Torino e lì trascorse vari mesi. È quello il mondo che appare in tutte le sue opere, un mondo che viene condiviso con chi osserva i suoi dipinti. Ancora Nico Orengo ci aiuta a fare chiarezza sull'enigmatica semplicità di Tabusso: "è una vita non irrequieta ma attiva, che conosce la dolcezza e la continua pericolosità della terra, del luogo, come se avessero sempre occhi, altri occhi puntati addosso". Le immagini ci circondano e appaiono e scompaiono dalla nostra mente, si fanno prendere o si nascondono. A volte sembra di toccarle.
di Gianfranco Schialvino.
In ricordo di Francesco Tabusso
Se ne è andato in una giornata di neve. La prima di un inverno avaro, quasi l'avesse aspettata per scomparire in uno sfarfallio di segni bianchi. La fiòca, la sua amata fiòca, arrivata a nascondere la realtà triste delle cose; così come aveva sempre fatto lui trasformandola con i colori in un'invenzione gonfia di rêveries, in una miniera di visioni, in un giardino incantato affollato d'abbracci, ora innocenti e ora impuri. La pittura per Francesco Tabusso: una lunga fedeltà. Tutta una vita nella pittura, con la pittura, per la pittura. È stato un operaio dell'arte, obbediente a una disciplina severa ma imprevedibile come una palla, magica come un coboldo, irrefrenabile come una trottola, indefinita come l'amore. È stato l'avventura del colore, Tabusso. Che nel colore si è immerso e sontuosamente ha nuotato. Debitore, a una natura peraltro con lui avara e crudele, di aver saputo vedere e guardare. E captare l'invisibile, l'imperscrutabile, il mistero. Dipingendo il mondo come un villaggio dove tutto resta sospeso e tutto lentamente si precipita ad accadere, nella cadenza di un'onda, la danza d'un batuffolo di neve, il brivido di un giro di giostra, il sogno d'un volo d'angeli. Come un pittore fiammingo perdendosi nei meandri di casupole e stradine popolate di gnomi intabarrati e fanciulle maliziosamente caste, Rubens e Pitocchetto, Goya e Baschenis a fargli da guida, tra aiuole di amanite vermiglie e tarocchi sgraziati, sentieri ghiacciati e torrenti impetuosi, a cercare la pace del desco, un'amaca fra i seni, il lètto di un lessico famigliare, una scodella turchina rubata, chissà, nell'atelier del suo maestro Felice Casorati.
Cuore nordico, Tabusso. Viandante gaudente in terre illuminate da due lune, irriverente e cocciuto, monello e ostinato, cuore generoso, ramo fecondo, gemma di mito. Dipingeva rapido, con accanimento e convinzione, ridacchiando sottobarba. Mescolava le paste prima sulla tavolozza e poi sulla tela, lisciando le pennellate a larghi gesti, picchiettando in punta di pennello poi, quando perfezionava i profili e gli accostamenti. Era bello da vedere. Lo sguardo assorto, assente, corrucciato. Le labbra spinte in fuori come per un bacio. Costruiva una griglia dove allineava i prati, le colline, le montagne, e appoggiava figure, alberi, case. Poi si tirava indietro spingendosi sulla sedia e guardando di traverso, quasi di sottecchi, i confini chiusi di un mondo che via via componeva trasportando sulla scena insieme alle tinte i ricordi. Girava e rigirava il pennello nel colore diluito con un intruglio di oli e vernici e abbozzava i soggetti: un viso, la frutta, i fiori, i cibi, gli oggetti, gli elementi del paesaggio. Le ore scivolavano assidue e rapide mentre le immagini si accavallavano e si spingevano per trovare la giusta posizione, inseguendosi nelle frequenti coperture che infittiscono gli spessori, creando uno strato sempre più denso modellato con abilità schiacciando le ombre con carboni foschi, ravvivando i lucori, accendendo uno sguardo,
scompigliando una chioma, profilando una vetta, amalgamando l'erba, ravvivando un fiore.
Francesco Tabusso è nato a Sesto San Giovanni il 27 giugno 1930. Dopo aver conseguito la Maturità Classica frequenta lo studio di Felice Casorati. Tra i suoi compagni di scuola Edoardo Sanguineti e Andrea Bruno. Nel 1953 fonda insieme ad Aimone, Francesco Casorati, Chessa, Niotti, la rivista "Orsa Minore". Nel 1954 partecipa alla Biennale Internazionale di Venezia, dove presenta "Comizio", "Festa campestre" e "Albero caduto". Vi sarà invitato anche nel 1956 e nel 1958 e nel 1966 gli sarà dedicata una sala personale. Nel 1956 la mostra alla galleria "La Strozzina" di Firenze, con la presentazione di Felice Casorati. L'anno successivo il Premio "Fiorino", il Premio "Michetti" e la personale alla galleria Medusa di Roma, dove nel 1958 è invitato alla Quadriennale. Nel 1959 la prima mostra alla "Bussola", presentato da Luigi Carluccio.
Ormai trentenne Tabusso è pittore affermato, con inviti alle più prestigiose rassegne internazionali, tra cui Bruxelles, New York, Mosca, Alessandria d'Egitto. Del 1963 la personale alla Galleria milanese di Ettore Gian Ferrari", con cui inizia un fecondo rapporto di lavoro e di amicizia che durerà fino alla sua scomparsa. Da quest'anno insegna Discipline Pittoriche al Liceo Artistico dell'Accademia di Brera a Bergamo, ed in seguito, fino al 1984, al Liceo Artistico dell'Accademia Albertina di Torino.
Nel 1975 realizza la Grande Pala Absidale "Il Cantico delle Creature" per la Chiesa di San Francesco d'Assisi a Milano, progettata da Giò Ponti, opera completata successivamente con quattro trittici dedicati ai "Fioretti di San Francesco". Poi l'importante mostra "Hommage a Griinewald", a Colmar, Torino e Milano. Nel 1983 la Mostra Antologica a "Palazzo Robellini" di Acqui Terme, la prima di tante: nel 1991 ad Asti, in occasione della realizzazione del Palio; nel 1997 al "Palazzo Salmatoris", di Cherasco; nel 1998 alla Sala "Bolaffi" di Torino; nel 2000 al "Centre Sain Bènin" di Aosta; nel 2002 al "Complesso Monumentale di S. Michele a Ripa Grande, a Roma; nel 2009 alla Galleria d'arte moderna di Spoleto. Di grande successo l'imponente retrospettiva allestita alla Promotrice di Torino nel 2007, con oltre ventimila visitatori, e l'antologica a Palazzo Mathis di Bra, allestita per i suoi ottant'anni.
È morto a Torino il 29 gennaio 2012.
Gianfranco Schialvino
da “ LA STAMPA “ del 30 01 2012
di Bruno Quaranta
Addio a Francesco Tabusso
il pittore della meraviglia
Classe 1930, si è spento
a Torino uno degli artisti
più rappresentativi della città
Addio a Francesco Tabusso. Si è spento ieri sera, al Mauriziano, verso le dieci, il pittore fiabesco di Torino. D’attorno un paesaggio così suo, un fanciullesco girotondo di neve, intonato all’estrema mostra, chez Biasutti, in via della Rocca, nei giorni di Natale, «Màc fioca»: di quadro in quadro, a brillare, il suo microcosmo, ponti, marine, giostre, locomotive, mercatini.
Nato nel 1930, a Sesto San Giovanni, Francesco Tabusso è cresciuto a Torino, dove ha frequentato il liceo classico e la scuola di Felice Casorati, il maestro «platonico» di via Mazzini. Quindi seguendo una via così altra, immergendosi appassionatamente nella «sugosa» commedia quotidiana, come non sfuggirà a Luigi Carluccio. Di avventura in avventura, l’avventura somma del colore. Calamitando nel suo atelier ammiratori da ogni dove, in primis Giorgio Bassani, il Ferrarese allievo di Roberto Longhi, che gli dedicherà un saggio così breve e così intenso, identificandone la vena istintivamente «fiamminga».
Maestro, Francesco Tabusso, della «meraviglia», «sulle ali della realtà», come felicemente suona una non lontana promenade a Spoleto. La vita intesa alfierianamente come una seria filastrocca. Una carovana su cui volle accogliere, e mille volte reinventare, la pudica modella, la natura morta che è un omaggio chissà quanto indiretto chissà quanto voluto al secentesco Evaristo Baschenis, una coppia contadina, una festa paesana, le uova nel cappello (le uova contemplate nell’atelier casoratiano), l’alpeggio, il giardino di Rubiana, la sua Combray, il villaggio dove ritrovava estate dopo estate il tempo perduto, meditando i versi di Dino Campana, il poeta dei Canti Orfici che in Val Susa si rifugiò malato d’amore. Specchiandosi in versi che potrebbero essere l’epigrafe del commiato: «Me ne vado per le strade / Strette oscure e misteriose: / Vedo dietro le vetrate / Affacciarsi Gemme e Rose.../ La stradina è solitaria: / Non c’è un cane: qualche stella / Nella notte sopra i tetti. / E la notte mi par bella».
Perché Francesco Tabusso ha voluto riconoscere la propria orma smarrendosi, smemorandosi, obbedendo al richiamo di un mondo fuori del tempo, dove, a rintoccare, a signoreggiare, è una verità depurata di ogni illusione e di ogni disillusione, che corre, rapidissima, su di un filo senza rete. Gli sia lieve l’ultima tavolozza.
da “LA VOCE REPUBBLICANA” del 01 02 2012
di Riccardo Brondolo
È morto, dunque, Francesco Tabusso, pittore e nano. Due iridi celesti, slavate e stremate come certi cieli di marzo, e due grani neri di fuoco greco, che trafiggevano le carni, le verdure, la neve, uno dei suoi amori. E se ne è andato in una notte piena di neve, una povera neve sudicia, ormai, senza pennello e senza colore. Scherzi di natura, nascita e morte, di quelli con cui si trastullano le divinità minori, i lari e i folletti dei poeti e dei pittori, che dispensano grazia e disgrazie in un gioco efferato e meraviglioso, ma finalmente crudele.
Francesco non se ne dava per inteso: quel corpo, piccino, intanto lo aveva; la carne adolescente e piena, il verziere lussureggiante, i funghi del bosco: la neve di Rubiana o della Siberia, la ragazza torinese e la Katiuscia di un’isba, il mare notturno di Varigotti si offrivano al suo tatto, al gusto, ai sensi tutti con l’immediatezza della natura primitiva. Non ho mai conosciuto persona che più di lui potesse fare a meno di cultura, pensiero e società (che pure gli erano familiari): c’era lui, lì, e il mondo da gustare. Certo, la dovizia familiare era di grande ausilio: ma la mano, intanto, poteva creare prodigi (gliela aveva curata Felice Casorati). Nessuno più di lui sprezzava l’accademia filistea delle consorterie: invitato, con circospezione e diffidenza ad un concorso della Promotrice di Belle Arti torinese (l’aneddoto m’è dato per certo), gela tutti presentando in un bozzetto la copula tra un maiale e una scrofa. Sì, viene spontaneo pensare a una rivalsa, ad una vendetta, a scomodare il subconscio; ma no, con greve levità, anche in quel caso, Tabusso giocava. Tabusso ludens, ribaltava l’imbarazzo su chi lo provava, di fronte alla sua deformità.
Il verde di Tabusso: i suoi verdi, che ti stupiscono, catturano, stregano: cavolo o vischio, fichi e sottobosco, sono tanti e più, forse, dei 32 di Ligabue; e quel cielo blu di prussia, sopra una tesa nevata e un caldarrostaio; ma poi tutti gli altri colori, dei quali sa cogliere e sprigionare variazioni bizzarre, insospettabili o inaspettate, che s’apprendono ai nostri sensi, legate ad un’occasione, ad una rimembranza, ad una percezione particolare: quella che, con lo stupore che si prova di fronte al miracolo, scopriamo sepolta in noi dai cieli carta da zucchero dell’infanzia, dalla tenerezza carnale carica di rosa dei primi baci. Pittore delle stagioni, della vita e dell’anno, aveva cara una delle dimore familiari, quella in Val di Susa, nella più ugonotta (in senso lato), contrastata, esoterica delle valli torinesi: tra le sue nevi, i rustici piaceri della carne giovane, e quelli, in rusticissima osteria, a libidine dello stomaco affamato; ma anche, tra quelle cime di ghiaccio, quel gran stormire di bizzarrie visionarie e fantastiche che lo proiettavano in altro regno del gelo, dove più caldo è il piacere della carne. Il sesso e il gioco: ecco le Fiabe russe proibite, del 2001, un Afanas’ev ripercorso e rimasticato, in una giostra di immagini e interpolazioni letterarie, “nella vitalità, nel sogno, nella disperazione di un’esistenza che vuole essere libera a costo di perdersi…” (Nico Orengo): una delle sue cose che più ci piace ricordare. Oltre la golosità di giovani modelle, quella dei cibi (così condivisa dall’altro pittore amico, Calandri), gli consentiva e concedeva forse un’indagine per così dire “interna” dei colori, tanto da poterne riprodurre più vivo il linguaggio e l’incanto. Scrive Gianfranco Schialvino, che lo amò con affetto fraterno: “Alla parola dà sostegno con il lapis… che sia un foglio di giornale stropicciato… o la prova immacolata di una incisione… lui vi disegna su. Un viso e una casa, il velo di una suora e le gambe lunghe della modella, una barca e un fiore. Poi getta il foglio in cima al mucchio scomposto di pagine alto tutta una vita che si accumula tra la libreria e un’antica alcova di legno che trabocca degli oggetti più strani, dimenticandolo lì finchè, ad uno dei periodici crolli, non riemergerà a ritrovare la luce. E lui allora lo riprenderà tra le mani stupito, ed esclamerà: ‘Adesso ci metto un po’ di colore’“.
Adriano Benzi, amico suo e mio, gli portò qualche anno fa un mio articolo, uscito su questo foglio: Tabusso si entusiasmò, vedendo spiccare sulla testata il verde dell’edera; volle una foto con quel giornale in mano, professione commossa di una simpatia, di un lungo amore di gioventù; quasi, il ritrovarsi accanto una vecchia amica, che –vassapere perché- non s’era più fatta viva da tanto tempo...
da “ IL PICCOLO “(AL) dell’ 8 febbraio 2012
di Carlo pesce
Francesco Tabusso, l'idea del bello.
Sue opere erano state esposte presso Casa Felicita a Cavatore (AL) nel 2005 e 2011.
Ha sempre suscitato un certo stupore la pittura di Francesco Tabusso. Le sue immagini appartenevano a un mondo dominato dalla bellezza, la stessa bellezza che può risiedere indifferente in un corpo femminile o in un paesaggio collinare. Da un certo punto di vista, in Tabusso convivevano l'animo del pittore e quello dell'illustratore cantastorie. I suoi lavori appaiono immersi in quella medesima atmosfera che prende corpo quando si rimane a ascoltare una storia. Anche dalla sua bocca, quando parlava con quel suo atteggiamento allegro venato da u-na indissolubile crudezza, riprendendo le parole di Nico Orengo, uscivano immagini di campagna, di natura «che sa di neve e primavera, che acceca di bianchi e incendia di rossi e di gialli». Tabusso ha a-vuto una lunghissima carriera artistica. Era un ragazzo vivace al quale fu fatto frequentare lo studio di Felice Casorati. Si può ancora notare l'influenza del maestro torinese, soprattutto nel modo di trattare la figura femminile, spesso carica di una sensualità esotica, ostentata con una contenuta monumentalità. Nel 1954, a ventiquattro anni, espose dei suoi lavori alla Biennale di Venezia. La critica e il pubblico compresero immediatamente la peculiarità del lavoro di Tabusso, apprezzando le sue opere e consacrandolo tra i "grandi torinesi" del Novecento, come ci racconta una foto del 1977 che lo ritrae insieme a Calandri, Fico, Ruggeri, Soffiantino, Casorati, un gruppo con cui condivideva amicizia e discussioni. Non è un caso che le ultime sue personali, a Cavatore nel 2005 e a Torino nel 2007, abbiano vistola partecipazione di centinaia di persone, molte delle quali affascinate dalla trasognata ingenuità delle sue pitture. Ciò che Tabusso rappresentava un qualcosa che egli aveva somatizzato attraverso il filtro della sua esperienza. Tabusso ci ha sempre parlato del "mito". La sua arte è stata la concretizzazione figurativa di ciò che ha raccontato Cesare Pavese. La sua storia personale è cresciuta attorno al nucleo del soggiorno a Rubiana, in Valsusa, quando fu sfollato da Torino e lì trascorse vari mesi. È quello il mondo che appare in tutte le sue opere, un mondo che viene condiviso con chi osserva i suoi dipinti. Ancora Nico Orengo ci aiuta a fare chiarezza sull'enigmatica semplicità di Tabusso: "è una vita non irrequieta ma attiva, che conosce la dolcezza e la continua pericolosità della terra, del luogo, come se avessero sempre occhi, altri occhi puntati addosso". Le immagini ci circondano e appaiono e scompaiono dalla nostra mente, si fanno prendere o si nascondono. A volte sembra di toccarle.
00.00
2012
PRO LOCO CAVATORE
ASSOCIAZIONE TURISTICA PRO LOCO di CAVATORE
Piazza Gianoglio 2
tel.348.0354524
email: info@prolococavatore.it
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23.09
2011
CAVATORE BORGO DI CULTURA
21-10-2011 --25-11-2011-- 23-03-2012-- 20-04-2012--25-05-2012
CAVATORE Casa Scuti.
Stagione Musicale 2011/2012
PROGRAMMA
23 Settembre 2011 - ore 21.00
Nuovo Quartetto Italiano
21 Ottobre 2011 -ore 21.00
Quintetto Fiati Sherocco
18 Novembre 2011 - ore 21.00
Igor Roma
20 Aprile 2012 - ore 21.00
Guillermo Fierens
25 Maggio 2012 - ore 21.00
Carel Kraayenhof
Tutte le serate si terranno presso
Casa Scuti
Piazza Gianoglio, 1 - CAVATORE
VENDITA ABBONAMENTI:
La Bracerie - Cavatore - 0144.35695 1 I.A.T. - Acqui Terme - 0144.322142
Nuovo Quartetto Italiano
Eredi della grande tradizione quartettistica italiana, i musicisti del Nuovo Quartetto Italiano Alessandro Simoncini, violino Luigi Mazza , vietino Demetrio Comuzzi, viola Luca Simoncini,- violoncello costituiscano l'ideale continuazione artistica e strumentale del celeberrimo Quartetto Italiano. Sin dal debutto il quartetto ha raccolto i consensi unanimi della critica di tutto il mondo, che lo ha riconosciuto come uno dei migliori complessi cameristici del panorama internazionale. Già in occasione della prima tournée negli Stati Uniti nel 1985 il Nuovo Quartetto Italiano viene scelto come rappresentante dell'Italia al Festival Italj on Stage, esibendosi al Lincoln Center di New York. Il quartetto raggiunge le più importanti istituzioni musicali europee ed ottiene nel 1988 l'autorevole invito di Sviatoslav Richter alla Sala del Conservatorio di Mosca.
Quintetto Sherocco
Il Quintetto Sherocco formato da Hanneke Provily flauto traverso, Dorine Jansma oboe, Lianne Vreugdenhil clarinetto Ellen Koot fagotto e Eelkje van der Woude corno-francese. Nei tempi classici il quintetto di fiati era molto popolare. Il Quintetto Sherocco fa sentire tutto lo charme di questo tipo di ensemble: il cinguettare malandrino dell'oboe e del clarinetto, la lirica del flauto traverso e il suono del corno e fagotto.
Negli anni passati i musici di Sherocco si sono sviluppati come quintetto versatile che suona sia il repertorio convenzionale che musica moderna o teatrale. Ha suonato una trascrizione fatta per il quintetto della "Quadri di una Mostra" di Mussorgski.
Per il concerto a Cavatore il Quintetto Sherocco si presenterà con un programma divertente, uno scambio tra musiche classiche e romantiche, un avvicendarsi di variazioni di una canzonetta popolare Olandese per bambini.
Igor Roma
II pianista italiano Igor Roma si è diplomato all'Accademia con il titolo di "Master" nel 1997. Dal 1990 vince diversi concorsi e nel 1996 il Concorso Internazionale "Franz Liszt" di Utrecht, Igor Roma conquista il primo premio e anche il premio della Critica.
Nei successivi anni Igor Roma amplia notevolmente il suo repertorio, spaziando da Bach a Messiaen, annoverando, oltre al repertorio tradizionale, anche autori meno eseguiti al pianoforte come Szymanowsky, Kurtag, De Falla ed altri. Ha partecipato a vari festival come camerista, e ha collaborato con il Brodsky Quartet, il Daniel Kwartet e il Quatuor Danel.
Guillermo Fierens, intemazionalmente celebrato come uno dei principali chitarristi del mondo, è nato in Argentina a Lomas de Zamora. Vive e risiede a Cairo Montenotte da molti anni con la famiglia.
Il Maestro Segovia ha detto di lui: "la sua tecnica è meravigliosa. Esegue i più intricati passaggi senza sciupare una nota, ma possiede qualcosa di assai più importante della sola tecnica: suona con l'anima"
Da allora la sua attività concertistica ha toccato tutto il mondo. Ha suonato nella Tonale di Zurigo, nel Palais de Beaux Arts di Bruxelles e a Londra, Rotterdam, Milano, Barcellona, Amburgo, Oslo, Helsinki, ecc. Ha realizzato tournées di concerti negli Stati Uniti, Canada e Australia. Guillermo Fierens è molto conosciuto in Inghilterra dove è stato invitato dai principali festivals e ha suonato come solista con la "Lcndon Symphony", la "Royal Philarmonic", la "Halle" e la "English Chambsr Orchestra".
Carel Kraayenhof
Carel Kraayenhof ha ottenuto fama mondiale suonando Tango Adiós Nonino di Astor Pizzola al matrimonio del principe Olandese Willem-Alexander con Maxima Zorreguieta nel 2002. Ha fondato con Leo Vervelde il Dipartimento di tango al Conservatorio di Rotterdam e il gruppo Sexteto Canyengue. Kraayenhof è uno dei fisarmonicisti più richiesti del mondo. Il suo CD Tango Royal ha vinto, nel 2003, l'Edison Classica Premio del Pubblico. Per questo concerto lavorerà con il pianista Argentino Juan Pablo Dobal in un programma speciale.
CAVATORE Casa Scuti.
Stagione Musicale 2011/2012
PROGRAMMA
23 Settembre 2011 - ore 21.00
Nuovo Quartetto Italiano
21 Ottobre 2011 -ore 21.00
Quintetto Fiati Sherocco
18 Novembre 2011 - ore 21.00
Igor Roma
20 Aprile 2012 - ore 21.00
Guillermo Fierens
25 Maggio 2012 - ore 21.00
Carel Kraayenhof
Tutte le serate si terranno presso
Casa Scuti
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VENDITA ABBONAMENTI:
La Bracerie - Cavatore - 0144.35695 1 I.A.T. - Acqui Terme - 0144.322142
Nuovo Quartetto Italiano
Eredi della grande tradizione quartettistica italiana, i musicisti del Nuovo Quartetto Italiano Alessandro Simoncini, violino Luigi Mazza , vietino Demetrio Comuzzi, viola Luca Simoncini,- violoncello costituiscano l'ideale continuazione artistica e strumentale del celeberrimo Quartetto Italiano. Sin dal debutto il quartetto ha raccolto i consensi unanimi della critica di tutto il mondo, che lo ha riconosciuto come uno dei migliori complessi cameristici del panorama internazionale. Già in occasione della prima tournée negli Stati Uniti nel 1985 il Nuovo Quartetto Italiano viene scelto come rappresentante dell'Italia al Festival Italj on Stage, esibendosi al Lincoln Center di New York. Il quartetto raggiunge le più importanti istituzioni musicali europee ed ottiene nel 1988 l'autorevole invito di Sviatoslav Richter alla Sala del Conservatorio di Mosca.
Quintetto Sherocco
Il Quintetto Sherocco formato da Hanneke Provily flauto traverso, Dorine Jansma oboe, Lianne Vreugdenhil clarinetto Ellen Koot fagotto e Eelkje van der Woude corno-francese. Nei tempi classici il quintetto di fiati era molto popolare. Il Quintetto Sherocco fa sentire tutto lo charme di questo tipo di ensemble: il cinguettare malandrino dell'oboe e del clarinetto, la lirica del flauto traverso e il suono del corno e fagotto.
Negli anni passati i musici di Sherocco si sono sviluppati come quintetto versatile che suona sia il repertorio convenzionale che musica moderna o teatrale. Ha suonato una trascrizione fatta per il quintetto della "Quadri di una Mostra" di Mussorgski.
Per il concerto a Cavatore il Quintetto Sherocco si presenterà con un programma divertente, uno scambio tra musiche classiche e romantiche, un avvicendarsi di variazioni di una canzonetta popolare Olandese per bambini.
Igor Roma
II pianista italiano Igor Roma si è diplomato all'Accademia con il titolo di "Master" nel 1997. Dal 1990 vince diversi concorsi e nel 1996 il Concorso Internazionale "Franz Liszt" di Utrecht, Igor Roma conquista il primo premio e anche il premio della Critica.
Nei successivi anni Igor Roma amplia notevolmente il suo repertorio, spaziando da Bach a Messiaen, annoverando, oltre al repertorio tradizionale, anche autori meno eseguiti al pianoforte come Szymanowsky, Kurtag, De Falla ed altri. Ha partecipato a vari festival come camerista, e ha collaborato con il Brodsky Quartet, il Daniel Kwartet e il Quatuor Danel.
Guillermo Fierens, intemazionalmente celebrato come uno dei principali chitarristi del mondo, è nato in Argentina a Lomas de Zamora. Vive e risiede a Cairo Montenotte da molti anni con la famiglia.
Il Maestro Segovia ha detto di lui: "la sua tecnica è meravigliosa. Esegue i più intricati passaggi senza sciupare una nota, ma possiede qualcosa di assai più importante della sola tecnica: suona con l'anima"
Da allora la sua attività concertistica ha toccato tutto il mondo. Ha suonato nella Tonale di Zurigo, nel Palais de Beaux Arts di Bruxelles e a Londra, Rotterdam, Milano, Barcellona, Amburgo, Oslo, Helsinki, ecc. Ha realizzato tournées di concerti negli Stati Uniti, Canada e Australia. Guillermo Fierens è molto conosciuto in Inghilterra dove è stato invitato dai principali festivals e ha suonato come solista con la "Lcndon Symphony", la "Royal Philarmonic", la "Halle" e la "English Chambsr Orchestra".
Carel Kraayenhof
Carel Kraayenhof ha ottenuto fama mondiale suonando Tango Adiós Nonino di Astor Pizzola al matrimonio del principe Olandese Willem-Alexander con Maxima Zorreguieta nel 2002. Ha fondato con Leo Vervelde il Dipartimento di tango al Conservatorio di Rotterdam e il gruppo Sexteto Canyengue. Kraayenhof è uno dei fisarmonicisti più richiesti del mondo. Il suo CD Tango Royal ha vinto, nel 2003, l'Edison Classica Premio del Pubblico. Per questo concerto lavorerà con il pianista Argentino Juan Pablo Dobal in un programma speciale.
12.05
2012
GIANNI VERNA - DOVE OSANO LE ACQUILE
XILOGRAFIE DI GIANNI VERNA - CHIERI Galleria " IL QUADRATO "
via della Pace 8 - Salone del Ghetto.
Fino al 9 Giugno 2012.
A cura di Gianfranco Schialvino.
dal martedì al sabato 16,30 -19,00. 360 444264
ilquadrato.chieri@gmail.com
via della Pace 8 - Salone del Ghetto.
Fino al 9 Giugno 2012.
A cura di Gianfranco Schialvino.
dal martedì al sabato 16,30 -19,00. 360 444264
ilquadrato.chieri@gmail.com
17.06
2010
LA BOTTARI LATTES E' LA VERA EREDE DEL PREMIO GRINZANE CAVOUR
La Bottari Lattes è la vera erede del premio Grinzane Cavour
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Le affermazioni del sindaco di Costigliole d’Asti dottor Giovanni Boriero possono generare confusione e disorientamento nell’opinione pubblica
Abbiamo appreso con stupore dalla voce del sindaco di Costigliole d’Asti, dottor Giovanni Boriero intervistato per TGR Piemonte, che il nascente “Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano” di cui, per altro, anche la nostra Fondazione è parte attiva, ha raccolto l’eredità del Premio Grinzane.
Tale affermazione che può ingenerare equivoci e anche disorientamento tra gli ascoltatori ed in generale nell’opinione pubblica, a nostro avviso, mortifica l’impegno che la Fondazione Bottari Lattes ed in particolare la sua Presidente Caterina Bottari Lattes hanno dedicato nei mesi scorsi alla controversa vicenda dell’asta giudiziaria circa i beni materiali e immateriali dell’ex Premio Grinzane Cavour.
L’esito dell’asta, di cui i giornali e la televisione hanno dato ampia ed esauriente notizia nei mesi scorsi, non lasciava spazio ad interpretazioni diverse, ovvero la Fondazione monfortese , dopo una travagliata vicenda in cui erano emersi il carattere e la determinazione della signora Bottari, si é aggiudicata definitivamente l’eredità del Premio Grinzane Cavour e la titolarità del nome dell’Associazione Premio Grinzane Cavour stessa.
Caterina Bottari Lattes attualmente in Inghilterra, in una località del East Sussex a sud di Londra per inaugurare una personale di Mario Lattes e per celebrare il gemellaggio tra il Charleston Manor Festival e Cambi di Stagione la rassegna internazionale di musica da camera organizzato dalla nostra Fondazione, prega i giornalisti della carta stampata e della televisione di far chiarezza sulla vicenda.
Questa affermazione coglie anche di sorpresa il Comitato Scientifico della Fondazione e la Commissione che si sta occupando della preparazione del nuovo premio letterario.
Proprio in questi giorni si sono gettate le basi del premio internazionale di narrativa, che si propone quale erede e prosecutore del “Premio Grinzane Cavour” e che assumerà la denominazione “ Premio Bottari Lattes Grinzane” il cui Bando e relativo Regolamento saranno presentati all’Assessore Regionale alla Cultura Michele Coppola entro la metà del prossimo mese di luglio.
Adolfo Ivaldi
Vice Presidente Fondazione Bottari Lattes
Monforte d'Alba
Fondazione Bottari Lattes
via G. Marconi n. 16
Tel. +39 0173789282
info@fondazionebottarilattes.it
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Le affermazioni del sindaco di Costigliole d’Asti dottor Giovanni Boriero possono generare confusione e disorientamento nell’opinione pubblica
Abbiamo appreso con stupore dalla voce del sindaco di Costigliole d’Asti, dottor Giovanni Boriero intervistato per TGR Piemonte, che il nascente “Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano” di cui, per altro, anche la nostra Fondazione è parte attiva, ha raccolto l’eredità del Premio Grinzane.
Tale affermazione che può ingenerare equivoci e anche disorientamento tra gli ascoltatori ed in generale nell’opinione pubblica, a nostro avviso, mortifica l’impegno che la Fondazione Bottari Lattes ed in particolare la sua Presidente Caterina Bottari Lattes hanno dedicato nei mesi scorsi alla controversa vicenda dell’asta giudiziaria circa i beni materiali e immateriali dell’ex Premio Grinzane Cavour.
L’esito dell’asta, di cui i giornali e la televisione hanno dato ampia ed esauriente notizia nei mesi scorsi, non lasciava spazio ad interpretazioni diverse, ovvero la Fondazione monfortese , dopo una travagliata vicenda in cui erano emersi il carattere e la determinazione della signora Bottari, si é aggiudicata definitivamente l’eredità del Premio Grinzane Cavour e la titolarità del nome dell’Associazione Premio Grinzane Cavour stessa.
Caterina Bottari Lattes attualmente in Inghilterra, in una località del East Sussex a sud di Londra per inaugurare una personale di Mario Lattes e per celebrare il gemellaggio tra il Charleston Manor Festival e Cambi di Stagione la rassegna internazionale di musica da camera organizzato dalla nostra Fondazione, prega i giornalisti della carta stampata e della televisione di far chiarezza sulla vicenda.
Questa affermazione coglie anche di sorpresa il Comitato Scientifico della Fondazione e la Commissione che si sta occupando della preparazione del nuovo premio letterario.
Proprio in questi giorni si sono gettate le basi del premio internazionale di narrativa, che si propone quale erede e prosecutore del “Premio Grinzane Cavour” e che assumerà la denominazione “ Premio Bottari Lattes Grinzane” il cui Bando e relativo Regolamento saranno presentati all’Assessore Regionale alla Cultura Michele Coppola entro la metà del prossimo mese di luglio.
Adolfo Ivaldi
Vice Presidente Fondazione Bottari Lattes
Monforte d'Alba
Fondazione Bottari Lattes
via G. Marconi n. 16
Tel. +39 0173789282
info@fondazionebottarilattes.it
16.09
2010
ANGIOLA TREMONTI - ARTE RAGIONE DI VITA
MILANO "VILLA REALE" Museo dell'Arte Contemporanea - via Palestro.
Scultura - Pittura- Design.
L’esposizione, prodotta da Palazzo Reale e Galleria d’Arte Moderna di Milano, con il patrocinio di Regione Lombardia e Provincia di Milano, è curata da Luca Beatrice e presenta il ricco excursus creativo della vulcanica artista milanese.
Per l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory: "Il tema della maternità ha ispirato da sempre la produzione artistica e letteraria d’Occidente e d’Oriente e ha creato nel tempo icone e simboli che si associano a valori non soltanto religiosi Nel suo originale percorso d’artista Angiola Tremonti ha dato vita alle figure delle “Mabille”, donne madri che, nelle sue parole, sono “matrici, creature uniche, essenze soavemente amorfe” e incarnano il principio vitale che si infrange come un’onda e ritorna attraverso le cose e i pensieri. In questo universo onirico tutto può trasformarsi.
Fra antiche memorie e frenesie del vivere contemporaneo le donne di Angiola Tremonti rappresentano un differente sguardo sull’essere e l’abitare il mondo. Con passione per l’umano e desiderio di giocare con la natura. Per provare a sondare le sue forze primigenie e misteriose là dove realtà e sogno si confondono creativamente".
Secondo Luca Beatrice, curatore della mostra: "Angiola Tremonti è una (ex)ragazza che ti cattura con lo sguardo e con il suo incontenibile entusiasmo. Non ci sono mezze misure: o le vai dietro perché ti confonde con le sue mille idee confusamente e creativamente sovrapposte l’una sull’altra, oppure lasci perdere e cerchi a fatica di mantenerti nei binari della razionalità Lei, Angiola, non ti aiuta di certo, lei e le sue tante troppe cose da fare, da pensare, progettare; le persone da chiamare, coinvolgere, contattare, in uno tsunami di entusiasmo dove tutto ciò che ti chiede te lo restituisce all’ennesima potenza…
Questa mostra di Angiola Tremonti, che sorprenderà più di un visitatore che non la conosce, presenta il suo lavoro scultoreo dell’ultimo decennio. Un corpus messo insieme con coerenza e impegno, nonostante le continue digressioni esterne (in particolare nella pittura, a cui lei tiene molto). Fantasia e rigore, immaginazione e fermezza. Sono gli ossimori entro cui si muove l’artista davvero concentrata sul messaggio e sul senso del suo fare".
Un mondo fantastico è quello descritto da Angiola, un universo magico abitato da figure fiabesche: corpi femminili in dolce attesa trasformate in alberi – Mabille – conigli rappresentati con sembianze umane, e, ancora, tenere marmotte animate da una mano pensierosa. Sono "matrici, creature uniche, essenze soavemente amorfe... la maternità e la donna da sempre rappresentano il bello del mondo e della creazione".
Angiola predilige la scultura, in tutte le sue espressioni, declinata attraverso l’utilizzo di diversi materiali, come bronzo, acciaio e resina, e ci tiene a precisare: "Mi presento sempre solo come Angiola e preferisco dimenticare il mio cognome, io sono io e voglio essere rispettata per la mia capacita' o incapacita.'"
In mostra più di venti lavori realizzati negli ultimi dieci anni immersi all’interno e all’esterno del suggestivo scenario di Villa Reale.
Circa 18 le opere in bronzo ed acciaio di grandi dimensioni (altezze da m 2,50 a m 3,40) esposte nel giardino e nel cortile della sede espositiva; all’interno, circa 6 sculture in resina illuminata e oltre 10 sculture in bronzo di medie dimensioni.
In occasione dell’inaugurazione l’artista ha messo in scena un’installazione vivente: tre donne in calzamaglia ricoperte di creta che si paleseranno improvvisamente agli occhi dei presenti accompagnate dalla musica di un violino. Musica e magia sono state, insieme ad Angiola Tremonti, le principali protagoniste della serata.
La mostra è accompagnata da un ampio catalogo bilingue edito da Silvana Editoriale con una ricca selezione di apparati iconografici e testi critici di Luca Beatrice, Francesca Bonazzoli, Rossana Bossaglia, Luciano Caramel, Raffaele De Grada, Gillo Dorfles.
A conclusione dell’esposizione, Venerdì 29 ottobre 2010 alle ore 21.00 nella Sala da Ballo di Villa Reale, Angiola Tremonti ringrazierà il pubblico con una serata musicale, organizzata in collaborazione con la Onlus “Amici della Galleria d’Arte Moderna”, preceduta alle ore 20.00 da un’eccezionale visita guidata della Galleria. Protagonisti della serata saranno il maestro italo-praghese Roberto Durkovic e i “Fantasisti del Metrò”: un gruppo di musicisti tzigani incontrati nel 1998 dal Maestro nella metropolitana di Milano. Un progetto artistico che coniuga il ritmo allegro della musica Rom con la sofisticata canzone italiana d’autore, senza trascurare i colori della rumba e del flamenco
Scultura - Pittura- Design.
L’esposizione, prodotta da Palazzo Reale e Galleria d’Arte Moderna di Milano, con il patrocinio di Regione Lombardia e Provincia di Milano, è curata da Luca Beatrice e presenta il ricco excursus creativo della vulcanica artista milanese.
Per l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory: "Il tema della maternità ha ispirato da sempre la produzione artistica e letteraria d’Occidente e d’Oriente e ha creato nel tempo icone e simboli che si associano a valori non soltanto religiosi Nel suo originale percorso d’artista Angiola Tremonti ha dato vita alle figure delle “Mabille”, donne madri che, nelle sue parole, sono “matrici, creature uniche, essenze soavemente amorfe” e incarnano il principio vitale che si infrange come un’onda e ritorna attraverso le cose e i pensieri. In questo universo onirico tutto può trasformarsi.
Fra antiche memorie e frenesie del vivere contemporaneo le donne di Angiola Tremonti rappresentano un differente sguardo sull’essere e l’abitare il mondo. Con passione per l’umano e desiderio di giocare con la natura. Per provare a sondare le sue forze primigenie e misteriose là dove realtà e sogno si confondono creativamente".
Secondo Luca Beatrice, curatore della mostra: "Angiola Tremonti è una (ex)ragazza che ti cattura con lo sguardo e con il suo incontenibile entusiasmo. Non ci sono mezze misure: o le vai dietro perché ti confonde con le sue mille idee confusamente e creativamente sovrapposte l’una sull’altra, oppure lasci perdere e cerchi a fatica di mantenerti nei binari della razionalità Lei, Angiola, non ti aiuta di certo, lei e le sue tante troppe cose da fare, da pensare, progettare; le persone da chiamare, coinvolgere, contattare, in uno tsunami di entusiasmo dove tutto ciò che ti chiede te lo restituisce all’ennesima potenza…
Questa mostra di Angiola Tremonti, che sorprenderà più di un visitatore che non la conosce, presenta il suo lavoro scultoreo dell’ultimo decennio. Un corpus messo insieme con coerenza e impegno, nonostante le continue digressioni esterne (in particolare nella pittura, a cui lei tiene molto). Fantasia e rigore, immaginazione e fermezza. Sono gli ossimori entro cui si muove l’artista davvero concentrata sul messaggio e sul senso del suo fare".
Un mondo fantastico è quello descritto da Angiola, un universo magico abitato da figure fiabesche: corpi femminili in dolce attesa trasformate in alberi – Mabille – conigli rappresentati con sembianze umane, e, ancora, tenere marmotte animate da una mano pensierosa. Sono "matrici, creature uniche, essenze soavemente amorfe... la maternità e la donna da sempre rappresentano il bello del mondo e della creazione".
Angiola predilige la scultura, in tutte le sue espressioni, declinata attraverso l’utilizzo di diversi materiali, come bronzo, acciaio e resina, e ci tiene a precisare: "Mi presento sempre solo come Angiola e preferisco dimenticare il mio cognome, io sono io e voglio essere rispettata per la mia capacita' o incapacita.'"
In mostra più di venti lavori realizzati negli ultimi dieci anni immersi all’interno e all’esterno del suggestivo scenario di Villa Reale.
Circa 18 le opere in bronzo ed acciaio di grandi dimensioni (altezze da m 2,50 a m 3,40) esposte nel giardino e nel cortile della sede espositiva; all’interno, circa 6 sculture in resina illuminata e oltre 10 sculture in bronzo di medie dimensioni.
In occasione dell’inaugurazione l’artista ha messo in scena un’installazione vivente: tre donne in calzamaglia ricoperte di creta che si paleseranno improvvisamente agli occhi dei presenti accompagnate dalla musica di un violino. Musica e magia sono state, insieme ad Angiola Tremonti, le principali protagoniste della serata.
La mostra è accompagnata da un ampio catalogo bilingue edito da Silvana Editoriale con una ricca selezione di apparati iconografici e testi critici di Luca Beatrice, Francesca Bonazzoli, Rossana Bossaglia, Luciano Caramel, Raffaele De Grada, Gillo Dorfles.
A conclusione dell’esposizione, Venerdì 29 ottobre 2010 alle ore 21.00 nella Sala da Ballo di Villa Reale, Angiola Tremonti ringrazierà il pubblico con una serata musicale, organizzata in collaborazione con la Onlus “Amici della Galleria d’Arte Moderna”, preceduta alle ore 20.00 da un’eccezionale visita guidata della Galleria. Protagonisti della serata saranno il maestro italo-praghese Roberto Durkovic e i “Fantasisti del Metrò”: un gruppo di musicisti tzigani incontrati nel 1998 dal Maestro nella metropolitana di Milano. Un progetto artistico che coniuga il ritmo allegro della musica Rom con la sofisticata canzone italiana d’autore, senza trascurare i colori della rumba e del flamenco
14.07
2012
IN CIELO E IN TERRA - OPERE DI ANTONIO PESCE
CAVATORE (AL) CASA FELICITA
FINO al 2 settembre 2012
sabato e domenica 10-12,30 -- 15-20
FINO al 2 settembre 2012
sabato e domenica 10-12,30 -- 15-20
18.05
2012
TRANQUILLO MARANGONI
TRANQUILLO MARANGONI 1912 - 2012 nel centenario della nascita.
MONFALCONE Galleria Comunale d'Arte Contemporanea piazza Cavour n. 44.
FINO AL 5 Agosto 2012
dal mercoledì al venerdì 16,00-19,00 --- festivi e prefestivi 10,00-13 16-19. Ingresso libero
MONFALCONE Galleria Comunale d'Arte Contemporanea piazza Cavour n. 44.
FINO AL 5 Agosto 2012
dal mercoledì al venerdì 16,00-19,00 --- festivi e prefestivi 10,00-13 16-19. Ingresso libero
05.05
2012
IL ROMANO D'ORO
CHERASCO Dal 5 al 20 maggio le sale di Palazzo Salmatoris ospiteranno gli artisti partecipanti alla 3^ edizione de “Il romano d’oro”, premio nazionale di pittura “Romano Reviglio”.
17.03
2012
FRUD - RENBRANDT. INCISIONI
Freud-Rembrandt. Incisioni
Mostra alla Fondazione Bottari Lattes
(Via Marconi 16, Monforte d’Alba – Cn)
Vernissage: sabato 17 marzo 2012 marzo ore 18
Mostra: da sabato 17 marzo a domenica 13 maggio 2012
Orario: da lunedì a venerdì 14,30-17; sabato e domenica 14,30-18,30
INGRESSO GRATUITO
Dipingere corpi avvizziti, dare risalto alle impietose rughe del viso, ritrarre nudi in cui la carne emerge in tutta la sua tragicità. A distanza di quattro secoli l’uno dall’altro, il pittore britannico Lucian Freud (1922-2011) e il maestro olandese Rembrandt Harmenszoon van Rijn (1606-1669) sono affiancati in un confronto estetico proposto dalla mostra Freud-Rembrandt. Incisioni. I due artisti hanno guardato alla realtà con un atteggiamento disincantato e fuori dagli schemi, usando l’incisione come mezzo espressivo autonomo, perfettamente capace di esprimere il loro mondo visivo. Questo in particolare per Rembrandt, che è l’acquaforte con la quale ha compiuto capolavori immortali.
In programma da sabato 17 marzo a domenica 13 maggio alla Fondazione Bottari Lattes di Monforte d’Alba (via Marconi 16 – Cn), la mostra è curata da Vincenzo Gatti ed è a ingresso gratuito (orario: da lunedì a venerdì ore 14,30-17; sabato e domenica ore 14,30-18,30 e visite guidate).
Venti incisioni (dieci per ogni autore), provenienti da collezioni private e di particolare rarità, illustrano come i due pittori abbiano affrontato la figura umana con grande potenza di linguaggio, con uno sguardo lontano dal lirismo accademico e un approccio realistico, quotidiano e carnale, senza timore di rappresentare le caratteristiche più crude dei corpi e dei volti maschili e femminili. Nella maggior parte delle loro acqueforti i volti e le figure sono sottratti a ogni contesto domestico, in contrapposizione con i ritratti e i nudi ideali della tradizione classica.
Tra i più importanti pittori e incisori della storia dell’arte mondiale, maestro dei chiaroscuri, Rembrandt nei suoi numerosi ritratti e autoritratti ha saputo tratteggiare differenti personalità, espressioni particolari e insolite del viso, atteggiamenti, costumi. E ha saputo cogliere con occhio moderno e anticonformista il tempo che scorre sull’uomo, senza mai negare dignità alla senilità. È il trionfo del particolare, della tecnica e di un raffinato linguaggio figurativo e incisorio innovativo, portatore di intensità emozionale e rivoluzionaria.
Circa trecento le acqueforti da lui realizzate. In esposizione a Monforte esemplari particolarmente pregevoli per la qualità della stampa. «Negli ultimi anni della sua esistenza – spiega il curatore Vincenzo Gatti – Rembrandt si trova veramente in una dimensione artistica al di fuori del tempo. Le forme si sfaldano sotto i colpi della luce, l'umanità potente e dolente dei ritratti tocca i vertici assoluti dell'introspezione psicologica. Di lui rimane un corpus di oltre trecento acqueforti che eguagliano e compendiano, per l'originalità, l'invenzione, l'abbagliante modernità, la sua opera pittorica».
Tra le incisioni in esposizione: Studio di nudo maschile (1646, acquaforte); Ritratto di Clement de Jonghe (1651, acquaforte, puntasecca e bulino);Nudo di schiena disteso in ombra (1658, acquaforte, puntasecca e bulino).
Il più grande pittore figurativo vivente: così era considerato da molte parti Freud, scomparso lo scorso anno all’età di ottantotto anni. Molto apprezzato dal mercato, anche nei ritratti di personaggi ricchi e famosi (come la Regina Elisabetta II o la modella Kate Moss) indaga il corpo e il volto con occhio feroce e morbosamente indagatore, svelando il disfacimento della carne, evidenziano i segni che l’esistenza lascia sui corpi umani e cercando di esprimere tutta la fisicità della materia di cui è fatto l’essere umano.
« Freud torna all'incisione nel 1982 – spiega Gatti –, dopo oltre trent'anni dai primi lavori: ora l'acquaforte è vista come prolungamento della pittura. In essa trasferisce molta della potenza espressiva dei dipinti, spesso precedendo in essa la stesura del quadro di analogo soggetto».
Le acqueforti esposte includono: Ragazza bionda (1985); Ragazza che si regge il piede (1985); La madre (1982).
Gli artisti
Lucian Freud, nato a Berlino nel 1922, è stato tra i pittori più influenti degli ultimi anni.
Nipote del padre della psicanalisi Sigmund Freud, nel 1933 si trasferisce nel Regno Unito con la famiglia di origini ebraiche per sfuggire alle persecuzioni del nazismo. Nel 1939 ottiene la cittadinanza inglese.
Tiene la sua prima personale nel 1944 e dieci anni dopo rappresenta la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia insieme con Francis Bacon e Ben Nicholson. Dopo aver subito in gioventù l’influenza del Surrealismo, la sua evoluzione stilistica lo porta e diventare, insieme a Fedor Kosloff, Frank Auerbach e lo stesso Bacon, uno dei maggiori esponenti britannici figurativi dalle forti tendenze espressive. La sua ricerca si concentra sulla rappresentazione ossessiva della figura umana nei suoi aspetti più crudi e fragili, arrivando a essere sfrontata e impietosa, per evidenziare i segni che l’esistenza lascia sui corpi umani. I nudi, sensuali e tragici al tempo stesso, mettono in luce appieno questo trionfo di una fisicità spesso eccessiva e debordante.
Tra i personaggi noti ritratti da Freud anche la regina Elisabetta e Kate Moss, raffigurate senza alcun tipo di concessione estetizzante, cercando di far affiorare le ansie e le angosce dei suoi soggetti, a discapito dell’esteriorità.
Rembrandt Harmenszoon van Rijn (Leida, 1606; Amsterdam, ottobre 1669), considerato uno dei più grandi pittori della storia dell'arte, attivo nel periodo dell'età dell'oro olandese, sbalordì i contemporanei per la sua libertà rappresentativa e per l’approccio tecnico fuori dal comune, per la capacità con cui seppe combinare padronanza dei mezzi tecnici, inventiva e ricerca espressiva.
Durante gli anni della giovinezza trascorsi a Leida (1625-1631), i suoi dipinti sono di dimensioni piuttosto ridotte, presentano grande ricchezza di dettagli (i vestiti, i gioielli) e affrontano principalmente temi religiosi e allegorici. Nei primi anni ad Amsterdam (1632-1636) Rembrandt inizia a dipingere scene drammatiche di grande formato e dai colori molto contrastati, tratte dalla Bibbia o dalla mitologia. Inizia anche a eseguire ritratti su commissione. Uno dei lavori più importanti commissionati in questo periodo è La lezione di anatomia del Dr. Tulp.
Verso la fine del 1630 realizza quadri e stampe di argomento paesaggistico, dove accentua la forza drammatica della natura, rappresentando alberi sradicati e cieli tetri e minacciosi. Dal 1640 lo stile diventa meno esuberante e adotta toni più sobri, come riflesso delle tragedie personali che Rembrandt attraversa. Le scene bibliche sono soprattutto tratte dal Nuovo Testamento. Un'eccezione è rappresentata dall'enorme La ronda di notte, l’opera di maggiori dimensioni, vigorosa e di forte impatto. I paesaggi sono principalmente realizzati a stampa anziché dipinti.
Nel decennio successivo lo stile di Rembrandt cambia nuovamente: i dipinti acquistano maggiori dimensioni, il colore si fa più ricco e intenso e i colpi di pennello più evidenti e pronunciati. Nel corso degli anni, pur continuando a eseguire quadri ispirati a temi biblici, sposta la sua attenzione dalle scene di gruppo ad alta intensità drammatica a singole figure più delicate e simili a ritratti. Nei suoi ultimi anni Rembrandt dipinge i suoi autoritratti più riflessivi e introspettivi. Tra i più grandi capolavori dell’ultimo periodo si annoverano Sindaci dei drappieri (1662) e La sposa ebrea (1666).
________________________________
Info: Fondazione Bottari Lattes
www.fondazionebottarilattes.it – 0173.789282 segreteria@fondazionebottarilattes.it
Ufficio Stampa:
Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura
Paola Galletto – galletto@salonelibro.it – 011.5184268 int. 907 – 340.7892412
Fondazione Bottari Lattes
Roberto Schinardi – schinardi@fondazionebottarilattes.it – 0173.789282
Mostra alla Fondazione Bottari Lattes
(Via Marconi 16, Monforte d’Alba – Cn)
Vernissage: sabato 17 marzo 2012 marzo ore 18
Mostra: da sabato 17 marzo a domenica 13 maggio 2012
Orario: da lunedì a venerdì 14,30-17; sabato e domenica 14,30-18,30
INGRESSO GRATUITO
Dipingere corpi avvizziti, dare risalto alle impietose rughe del viso, ritrarre nudi in cui la carne emerge in tutta la sua tragicità. A distanza di quattro secoli l’uno dall’altro, il pittore britannico Lucian Freud (1922-2011) e il maestro olandese Rembrandt Harmenszoon van Rijn (1606-1669) sono affiancati in un confronto estetico proposto dalla mostra Freud-Rembrandt. Incisioni. I due artisti hanno guardato alla realtà con un atteggiamento disincantato e fuori dagli schemi, usando l’incisione come mezzo espressivo autonomo, perfettamente capace di esprimere il loro mondo visivo. Questo in particolare per Rembrandt, che è l’acquaforte con la quale ha compiuto capolavori immortali.
In programma da sabato 17 marzo a domenica 13 maggio alla Fondazione Bottari Lattes di Monforte d’Alba (via Marconi 16 – Cn), la mostra è curata da Vincenzo Gatti ed è a ingresso gratuito (orario: da lunedì a venerdì ore 14,30-17; sabato e domenica ore 14,30-18,30 e visite guidate).
Venti incisioni (dieci per ogni autore), provenienti da collezioni private e di particolare rarità, illustrano come i due pittori abbiano affrontato la figura umana con grande potenza di linguaggio, con uno sguardo lontano dal lirismo accademico e un approccio realistico, quotidiano e carnale, senza timore di rappresentare le caratteristiche più crude dei corpi e dei volti maschili e femminili. Nella maggior parte delle loro acqueforti i volti e le figure sono sottratti a ogni contesto domestico, in contrapposizione con i ritratti e i nudi ideali della tradizione classica.
Tra i più importanti pittori e incisori della storia dell’arte mondiale, maestro dei chiaroscuri, Rembrandt nei suoi numerosi ritratti e autoritratti ha saputo tratteggiare differenti personalità, espressioni particolari e insolite del viso, atteggiamenti, costumi. E ha saputo cogliere con occhio moderno e anticonformista il tempo che scorre sull’uomo, senza mai negare dignità alla senilità. È il trionfo del particolare, della tecnica e di un raffinato linguaggio figurativo e incisorio innovativo, portatore di intensità emozionale e rivoluzionaria.
Circa trecento le acqueforti da lui realizzate. In esposizione a Monforte esemplari particolarmente pregevoli per la qualità della stampa. «Negli ultimi anni della sua esistenza – spiega il curatore Vincenzo Gatti – Rembrandt si trova veramente in una dimensione artistica al di fuori del tempo. Le forme si sfaldano sotto i colpi della luce, l'umanità potente e dolente dei ritratti tocca i vertici assoluti dell'introspezione psicologica. Di lui rimane un corpus di oltre trecento acqueforti che eguagliano e compendiano, per l'originalità, l'invenzione, l'abbagliante modernità, la sua opera pittorica».
Tra le incisioni in esposizione: Studio di nudo maschile (1646, acquaforte); Ritratto di Clement de Jonghe (1651, acquaforte, puntasecca e bulino);Nudo di schiena disteso in ombra (1658, acquaforte, puntasecca e bulino).
Il più grande pittore figurativo vivente: così era considerato da molte parti Freud, scomparso lo scorso anno all’età di ottantotto anni. Molto apprezzato dal mercato, anche nei ritratti di personaggi ricchi e famosi (come la Regina Elisabetta II o la modella Kate Moss) indaga il corpo e il volto con occhio feroce e morbosamente indagatore, svelando il disfacimento della carne, evidenziano i segni che l’esistenza lascia sui corpi umani e cercando di esprimere tutta la fisicità della materia di cui è fatto l’essere umano.
« Freud torna all'incisione nel 1982 – spiega Gatti –, dopo oltre trent'anni dai primi lavori: ora l'acquaforte è vista come prolungamento della pittura. In essa trasferisce molta della potenza espressiva dei dipinti, spesso precedendo in essa la stesura del quadro di analogo soggetto».
Le acqueforti esposte includono: Ragazza bionda (1985); Ragazza che si regge il piede (1985); La madre (1982).
Gli artisti
Lucian Freud, nato a Berlino nel 1922, è stato tra i pittori più influenti degli ultimi anni.
Nipote del padre della psicanalisi Sigmund Freud, nel 1933 si trasferisce nel Regno Unito con la famiglia di origini ebraiche per sfuggire alle persecuzioni del nazismo. Nel 1939 ottiene la cittadinanza inglese.
Tiene la sua prima personale nel 1944 e dieci anni dopo rappresenta la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia insieme con Francis Bacon e Ben Nicholson. Dopo aver subito in gioventù l’influenza del Surrealismo, la sua evoluzione stilistica lo porta e diventare, insieme a Fedor Kosloff, Frank Auerbach e lo stesso Bacon, uno dei maggiori esponenti britannici figurativi dalle forti tendenze espressive. La sua ricerca si concentra sulla rappresentazione ossessiva della figura umana nei suoi aspetti più crudi e fragili, arrivando a essere sfrontata e impietosa, per evidenziare i segni che l’esistenza lascia sui corpi umani. I nudi, sensuali e tragici al tempo stesso, mettono in luce appieno questo trionfo di una fisicità spesso eccessiva e debordante.
Tra i personaggi noti ritratti da Freud anche la regina Elisabetta e Kate Moss, raffigurate senza alcun tipo di concessione estetizzante, cercando di far affiorare le ansie e le angosce dei suoi soggetti, a discapito dell’esteriorità.
Rembrandt Harmenszoon van Rijn (Leida, 1606; Amsterdam, ottobre 1669), considerato uno dei più grandi pittori della storia dell'arte, attivo nel periodo dell'età dell'oro olandese, sbalordì i contemporanei per la sua libertà rappresentativa e per l’approccio tecnico fuori dal comune, per la capacità con cui seppe combinare padronanza dei mezzi tecnici, inventiva e ricerca espressiva.
Durante gli anni della giovinezza trascorsi a Leida (1625-1631), i suoi dipinti sono di dimensioni piuttosto ridotte, presentano grande ricchezza di dettagli (i vestiti, i gioielli) e affrontano principalmente temi religiosi e allegorici. Nei primi anni ad Amsterdam (1632-1636) Rembrandt inizia a dipingere scene drammatiche di grande formato e dai colori molto contrastati, tratte dalla Bibbia o dalla mitologia. Inizia anche a eseguire ritratti su commissione. Uno dei lavori più importanti commissionati in questo periodo è La lezione di anatomia del Dr. Tulp.
Verso la fine del 1630 realizza quadri e stampe di argomento paesaggistico, dove accentua la forza drammatica della natura, rappresentando alberi sradicati e cieli tetri e minacciosi. Dal 1640 lo stile diventa meno esuberante e adotta toni più sobri, come riflesso delle tragedie personali che Rembrandt attraversa. Le scene bibliche sono soprattutto tratte dal Nuovo Testamento. Un'eccezione è rappresentata dall'enorme La ronda di notte, l’opera di maggiori dimensioni, vigorosa e di forte impatto. I paesaggi sono principalmente realizzati a stampa anziché dipinti.
Nel decennio successivo lo stile di Rembrandt cambia nuovamente: i dipinti acquistano maggiori dimensioni, il colore si fa più ricco e intenso e i colpi di pennello più evidenti e pronunciati. Nel corso degli anni, pur continuando a eseguire quadri ispirati a temi biblici, sposta la sua attenzione dalle scene di gruppo ad alta intensità drammatica a singole figure più delicate e simili a ritratti. Nei suoi ultimi anni Rembrandt dipinge i suoi autoritratti più riflessivi e introspettivi. Tra i più grandi capolavori dell’ultimo periodo si annoverano Sindaci dei drappieri (1662) e La sposa ebrea (1666).
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Info: Fondazione Bottari Lattes
www.fondazionebottarilattes.it – 0173.789282 segreteria@fondazionebottarilattes.it
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